ROMOLO CALCIATI
"Frasi musicali"
Mostra personale
A cura di Lorella Giudici e Maria Rosa Pividori
Testo critico di Lorella Giudici
Presentazione della raccolta pianistica "Bianco & Nero" composta da Fabio Gallesi per "Frasi musicali" di Romolo Calciati.
Domenica 13 aprile 2008, ore 17.00 - Inaugurazione
Orario di apertura:
Sabato e domenica dalle 15.00 alle 19.00, fino al 27 aprile 2008
Si ringraziano:
Provincia di Novara
Il Consorzio Tutela Nebbioli Alto Piemonte
e tutti coloro che hanno reso possibile questo evento
La cartolina della mostra
(240KB)
Il magico gioco dei materiali
Lorella Giudici
Aldo Palazzeschi (Chi sono?, da Opere giovanili, Mondadori, Milano 1968)“Chi sono?
Sono forse un poeta?
No certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
«follia».
Son dunque un pittore?
[…]”
Che Romolo Calciati ami giocare con i materiali è cosa
ormai risaputa. Lo ha fatto con la pittura, fingendo collage
di carte o di stoffe inesistenti, costruendo arazzi fantastici
con il solo aiuto dei colori e lavorando le superfici come se
fossero tessute dalle mani di una Penelope cittadina (non a caso
li ha intitolati Lemmi metropolitani). Continua a farlo
in questa serie di Frasi musicali, dove la passamaneria
ha preso il posto del pennello (ribaltando la situazione precedente)
e dove scampoli di pizzo e guarnizioni di filo compongono curiosi
arabeschi. Pochi, invece, sanno che Calciati ama giocare con
la materia anche quando affronta la scultura, ad esempio quando
assembla frammenti di oggetti (per lo più di legno) per
costruire personaggi totemici, per dar vita ad insoliti e allampanati
abitanti, degni delle sue immaginarie città.
Ma, andiamo con ordine. Torniamo per qualche istante alle Frasi musicali. Su fondi prevalentemente scuri, merletti e ricami disegnano figure dai profili imprevedibili, forme irriconoscibili (seppure allusive e ingannevoli) di un mondo che non ha corrispondenza con il reale, ma che rimanda piuttosto al sogno e all'irrazionale.
Sì, lo so, ad osservarle da vicino queste composizioni
ricordano i generali di Baj, anzi, più ancora, fanno pensare
alla serie delle belle dame che l'artista milanese ha realizzato
alla metà degli anni settanta: giocose ed impettite creature,
fatte di imbastiture, intrecci di fili e nappine. Forse nella
sostanza i collage tessili di Baj e quelli di Calciati sono simili,
ma non nella forma e tanto meno nel proposito. Per Baj bottoni,
cordoni e fettucce delineano comunque un ritratto, magari ironico
e irriverente, ma pur sempre un ritratto. Calciati, al contrario, è del
tutto refrattario all'effige, caso mai i suoi sono dei
percorsi timbrici, sono archi tonali, sono sequenze ritmiche
o arabeschi di danze improvvisate e folkloristiche, partiture
figurate di musiche irreali. Da questo punto di vista, più che
a Baj, allora, i lavori di Calciati fanno pensare (forse proprio
per quel loro spirito allegro o magari per quell'indefesso
desiderio decorativo) alle festose tarsie di Fortunato Depero,
il primo vero “mago” dell'ago e del filo. E' come
se nella ricerca di Calciati ci sia più la matrice futurista
che quella neodadaista (più adatta invece a Baj), così come
si sente che nelle sue corde ci sono più la musicalità e
il candore di un Palazzeschi o di un Rodari, che la tranquilla
affabulazione di un La Fontaine. Al lento narrare della fiaba
Calciati preferisce il ritmo veloce delle filastrocche, così come
ama l'effetto sorpresa, l'imprevedibilità e
il paradosso.
Del resto, basta guardare quella strana coppia metropolitana
per afferrarne tutto lo spirito: lui, un surreale signore dalla
faccia verde e dal ventre pieno di birilli e di sfere colorate;
lei, un'elegante e sofisticata donna di mondo, con tanto
di busto rosso e maliziosa guepiere. Nati dall'assembramento
di scatole dalle grandezze degradanti, questi originali uomini-robot
sembrano reggersi per scommessa. Come una babelica torre, costruita
in un'alternanza di esili colonnine (a volte dorate) e
parallelepipedi laccati, i due paiono usciti dal cilindro di
un folle mago o forse anche da uno dei palcoscenici di Depero: “Noi
futuristi Balla e Depero, vogliamo realizzare questa fusione
totale per ricostruire l'universo rallegrandolo, cioè ricreandolo
totalmente. Daremo scheletro e carne all'invisibile, all'impalpabile,
all'imponderabile, all'impercettibile. Troveremo
degli equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi
dell'universo, poi li combineremo insieme, secondo i capricci
della nostra ispirazione, per formare dei complessi plastici
che metteremo in moto. […] L'arte, prima di noi,
fu ricordo, rievocazione angosciosa di un Oggetto perduto (felicità,
amore, paesaggio) perciò nostalgia, statica, dolore, lontananza.
Col Futurismo invece, l'arte diventa arte-azione, cioè volontà,
ottimismo, aggressione, possesso, penetrazione, gioia […],
splendore geometrico delle forze”.
