Mostra personale degli artisti olandesi di Amsterdam "VAN KAMPEN"
Titolo "Shithead Battle"
A cura di Lorella Giudici e Maria Rosa Pividori
Testo di Lorella Giudici
Installazione "site specific"
Sabato 11 novembre 2006 - Inaugurazione
Ore 17: inaugurazione mostra
Orario di apertura:
Sabato e domenica dalle 15.00 alle 19.00, fino al 17 dicembre 2006
PAESI BASSI E BASSA NOVARESE
Due terre d'acqua a confronto, due culture a confronto tra sogno, immaginazione e necessità.
Un emento comune ad entrambi: l'acqua – l'orizzonte, l'ecologia
Il tramite: l'arte visiva
Artisti invitati: VAN KAMPEN
La prima: una terra che è stata inventata e costruita strappandola al mare per poterla abitare e viverla, la seconda: un territorio che è stato modificato, con la dura fatica dell'uomo nel tempo, attraverso la riorganizzazione del paesaggio: colline spianate, canali costruiti, alberi abbattuti e ripiantati scegliendone altri per poter avere le risaie di oggi con l'ottimo riso e prodotti agricoli che tanto apprezziamo, un paesaggio che diventa durante l'anno, per necessità della coltivazione del riso specchio d'acqua, ed ecco le vie del riso da godere non solo come necessità ma bellezza, luoghi paesaggisticida attraversare in bicicletta.
I due artisti internazionali invitati ad esporre al Museo A. Malandra: Johan Wagenaar e Marie Van Leeuwen: VAN KAMPEN, rappresentano nell'identità i Paesi Bassi loro luogo di origine, la loro cultura e ce la propongono attraverso la fantasia, lo spirito critico, la storia, l'analisi delle problematiche della nostra epoca: ecologia, saturazione delle immagini, tragedie nel mondo e della propria vita, lo sguardo verso l'alto e dall'alto, ibridazioni e mutamenti, la morte, la spiritualità, la vita ecc. che tutti gli artisti da sempre comprendono nel loro lavoro.
Inoltre, in questo caso, essendo un'installazione pensata e creata appositamente per questa mostra, le immagini proposte hanno una forte relazione con il luogo ospitante, quindi la grande "scultura" somma e contiene la relazione trai due luoghi d'acqua, le due culture sono a confronto.
I Van Kampen hanno visitato in anticipo questi luoghi e hanno esclamato… "è come l'Olanda!"… e tuttora sono da giorni a Vespolate per poter lavorare in relazione stretta col luogo stesso.
Questo è un invito per tutti ad interagire con questa meravigliosa possibilità di scambio, quale presupposto di arricchimento, senza spostarsi dal proprio luogo abituale.
SHITHEAD BATTLE
Lorella giudici
Due identità - diverse, anche se per certi versi complementari
- quella di Johan Wagenaar e quella di Marie van Leeuwen, s'incontrano
e nella loro unione prende vita una terza personalità:
Van Kampen (che è poi il nome della scuola d'arte
in cui insegnano). Due identità ma un unico obiettivo:
l'arte, in un mix di scultura e di pittura, di oggetti
e colore. Un'espressività che più che discorrere
interroga, più che giudicare aiuta a riflettere, più che
prendere nota si preoccupa di mettere in evidenza, di suggerire.
La grande installazione che i due artisti olandesi presentano a Vespolate (il bozzetto è, invece, in mostra negli spazi della galleria Dieci.due di Milano) è intitolata Shithead Battle ed è stata appositamente pensata per il nuovo Museo Malandra.
Ma, partiamo dal titolo. Shithead Battle, mi hanno spiegato gli artisti, è un gioco che fanno i bambini, una specie di Risiko con le carte, dove è necessario mettere in atto sottili strategie e dove tutti sono contro tutti e il segreto sta proprio nel creare una confusione generale, un guazzabuglio (ecco perché il termina “battaglia”), da cui si esce solo se si è lucidi strateghi. Solitamente la partita finisce, infatti, in una baraonda, con litigi e segrete intese, un inestricabile groviglio di alleanze e di inimicizie, in un caos davvero infernale. Ma chi trae vantaggio da tutto questo marasma è lo stratega, colui che con freddezza e calcolo, ha saputo scatenare le dinamiche di questa lotta e far sì che, mentre gli altri perdono il loro tempo a discutere, lui conquista carte, guadagna punti e arriva alla vittoria.
È un gioco crudele e spietato, ma non è forse il gioco della vita?
È proprio su queste sottili dinamiche sociali e psicologiche (che coinvolgono la politica, il comportamento, l'ecologia, la guerra, l'amore, il razzismo…) che si sofferma solitamente la ricerca di Van Kampen, anche in questo lavoro novarese.
Il gioco è dunque quello degli equilibri (intesi come
equilibri fisici, ma anche politici, sociali, economici, naturali)
ed è concretizzato da Van Kampen in una pericolosa (perché apparentemente
instabile) torre di babele (fatta di tante cose: una macchina,
giganteschi pezzi di gommapiuma, cartoni...…), oggetti
che si accatastano senza un ordine e un'utilità apparenti
e che sembrano sorretti da soffici strisce di gommapiuma, arricciate
in volute baroccheggianti e irrigidite e sbiancate da una mano
di gesso. Tutto sembra fragile, precario, eppure tutto regge
e incombe vagamente minaccioso su chi guarda. Ogni cosa e ogni
materiale ha un compito metaforico, allusivo. Innanzitutto la
consistenza: un alternarsi di cose morbide (gommapiuma), di cose
rigide (ad esempio la macchina) e di cose fintamente rigide (ad
esempio le eleganti volute). E poi l'iconografia: la macchina
(simbolo della modernità), i rettangoli colorati da sgocciolature
in modo da sembrare di marmo o da ricordare i colori del paesaggio
(un paesaggio acquatico ed erboso), l'ampolla gialla (presente
nel modellino) piena di aria e di luce, ma in posizione estremamente
pericolosa, su cui incombe il peso (sempre nel modellino) di
un finto elicottero. Davanti a questa monumentale catasta, in
cui il tempo sembra magicamente sospeso, si ha come l'impressione
che qualcosa debba accadere da un momento all'altro, che
un cambiamento sia imminente, ma non succede. Si è come
in bilico, precariamente sospesi sul filo del rasoio: non si
comprende se tutto stia nascendo (come uno strano, gigantesco,
pericoloso ed esotico fiore) o tutto stia finendo (in un fragoroso
rovinare a terra di quella pila eterogenea).
L'atmosfera è irreale, proprio come quella delle fiabe, e, come nelle favole, si ha la possibilità di far scorrere avanti o indietro, indifferentemente e a piacere, le lancette dell'orologio o di decidere il finale della storia.
E nel loro lavoro questo rimando al racconto non è nuovo: c'è ad esempio nella figura di quell'orso gigantesco, disegnato a matita, che sembra pronto a divorare e calpestare ogni cosa, ma è e resta immobile. C'è in quel grande coniglio grigio (un grigio carezzevole, compatto, come quello della plastilina), che sembra uscito dal racconto di Alice nel paese delle meraviglie e che sta appollaiato sul tetto di una casa troppo piccola per lui (e anch'essa fatta della stessa sostanza grigia); c'è, infine, in quel continuo alternarsi di reale e di finto, di vero e apparente, di male e di bene che fa perdere le coordinate e con esse le certezze.
In più, nelle opere esposte in galleria, la visione si complica perché tutti gli oggetti sono sistemati su normali assi da stiro, ovvero calati nella quotidianità comune, all'interno della casa, tra le mura del nostro rifugio. Perché anche lì rimbalzano i fatti del mondo, anche lì arrivano le minacce di quei giochi che ci sembrano così lontani ed estranei, ma dove anche noi (forse senza saperlo e forse senza volerlo ammettere) stiamo facendo la nostra parte.
Infine, se si fosse costretti a cercare un qualunque legame tra Van Kampen e il luogo che in questo momento li ospita, Vespolate, questo potrebbe essere l'origine. I due artisti sono entrambi olandesi, terre dominate dall'acqua e dai canali, come i campi della bassa pianura novarese. Cero sono due ambienti diversi, due atmosfere diverse, ma in entrambe la protagonista è l'acqua, che gli artisti ricordano in quel rettangolo di gomma piuma azzurra, che adagiano ai piedi della loro gigantesca installazione e in quelle tonalità grigio-verdi-azzurri che sono la sintesi delle belle e malinconiche risaie novaresi.
VAN KAMPEN, CHI SONO?
Marie Van Leeuwen e Johan Wagennar sono due artisti olandesi, lei
pittrice di Amsterdam e lui scultore di Utrecht, vivono ad Amsterdam,
entrambi insegnano da anni (lei pittura e lui scultura) in una
delle prestigiose ed attrezzate accademie d'Olanda: l'accademia
di Kampen.
Gli artisti hanno realizzato numerose mostre in gallerie e musei e prodotto opere su commesse istituzionali, in Olanda, Germania, Svizzera, U.S., Messico, Tailandia ecc. e dal 1989 mostrano la loro ricerca anche in Italia, la sigla Van Kampen è stata presentata ufficialmente in Italia ed in Germania nel 2003 da 10.2! e Pizzart.com. Projekt Raum - Koln.
[...] Da anni (come scrive Renate Roos nel suo testo per la mostra
Van Kampen) la coppia artistica olandese è alla ricerca di fenomeni
di percezione in rapporto a principi naturali invisibili, a forme
di energia come gravitazione e assenza di gravità, al dinamico
ritmo dei battiti del cuore, oppure alle ripercussioni della
memoria collettiva, che vengono trasformati in metafore poetiche – in
modo associativo e ambiguo... Il mondo è una costruzione.
Quello che noi percepiamo come una realtà "obiettiva",
viene generata soltanto da noi stessi, con l'aiuto delle nostre
capacità mentali. Perciò notiamo "la costruzione
della nostra realtà" soltanto quando e come ci osserviamo,
agiamo e comunichiamo.
Nell'era tecnico-mediale dove ormai tutto è ovvio, proprio la costruzione di un gioco di cambio di varie prospettive, con gli antichissimi mezzi della pittura e della scultura, prende un aspetto strano e sorprendente. [...]
Chi è VAN KAMPEN?
Si potrebbe dire che sono due artisti, Marie van Leeuwen e Johan Wagenaar,
che creano insieme. Ma non credo che sia tutto vero. Wagenaar
nel 2000, in occasione di Ins Blaue, la prima mostra che realizzavano
insieme, ha detto: … whit this beautiful bomb, we take a
third identità …,
non la somma di due identità precedenti. Ed in più prodotta
dall'implosione generata da una bomba atomica. Perché l'identificazione
personale può essere spazzata via da un'energia altamente
distruttiva, che permette successivamente, la nascita di un nuovo
modo di concepire l'essere. Come l'araba fenice, altre metafore
della nostra cultura alludono a questa capacità di trasformazione,
di rinascita, di nuovo inizio. Ma le vecchie identità prima
devono scomparire, devono essere celate, devono essere sottratte.
Nel caso di Van Kampen diventa nocciolo duro di un'operazione
estetica che va oltre le opere stesse, ed oltre le identità precedentemente
possedute.
Un gioco sulla soggettività, dove un uomo ed una donna, uno scultore e una pittrice, possono sperimentare la virtualità di uno sguardo mutevole, dinamico, di un'azione sempre in movimento, sempre incompleta finchè non si aggiungerà uno spettatore, che sommando il suo nuovo sguardo a questa terza identità gestaltica, farà nascere un processo infinito di letture, di possibilità, di potenzialità che a sua volta modificheranno ulteriormente l'identità Van Kampen. Accettare questa instabilità, questa nostra dipendenza dagli altri, dal loro sguardo, dalle loro interpretazioni, non è facile. Ma noi oggi dobbiamo accettare il nostro essere soggetti in rete, incompleti, instabili, mutevoli. L'identità monolitica dell'io si sbriciola, perde di senso...accettare la nostra molteplicità identitaria naturale ci rende invece liberi di agire, di sentire, di vivere le infinite realtà possibili. L'operazione estetica intrapresa da Van Kampen rende comcreta questa possibilità, permettendoci d'intuire qualcosa sulla nostra identità soggettiva contemporanea, che nei casi più sottili tende a scartare i centri per spostarli verso le periferie. In fondo dobbiamo prendere nelle nostre mani il filo del racconto delle nostre vite. Perché, come Van Kampen insegna, perdere la propria identità vuol dire essere inconsapevoli dei nostri limiti. Umani, ma anche divini.
(dal testo di Mirtha Paula Mazzocchi per la mostra VAN KAMPEN)
Fino al 24 novembre 2006 è in corso anche a
Milano una parte del progetto Shithead Battle alla Dieci.due!
- Largo Isabella d’Aragona, 1 (angolo via Bocconi 1 - dentro
le mura spagnole) 20136 Milano.
Aperta da martedì a venerdì dalle 15,30 alle 19,00
e su appuntamento - info 02 58306053
